Quando un gatto cambia comportamento — diventa schivo, smette di mangiare, reagisce male al contatto, si nasconde — la prima spiegazione che viene in mente è quasi sempre di natura emotiva o relazionale: stress, ansia, cambiamento ambientale, conflitto con un altro animale. Raramente, invece, ci si ferma a considerare una possibilità molto più concreta: che quel gatto stia soffrendo fisicamente.
Il legame tra dolore e ansia nei gatti è profondo, bidirezionale e ancora largamente sottovalutato — dai tutori, ma spesso anche in ambito veterinario. Capire questa relazione è fondamentale per non lasciare i nostri gatti in un silenzio che, troppo spesso, leggiamo erroneamente come carattere.
Il dolore cambia il cervello — e il comportamento
Il dolore cronico non è semplicemente una sensazione fisica localizzata. È un’esperienza che coinvolge il sistema nervoso nel suo insieme, altera la percezione dell’ambiente, modifica le risposte emotive e genera uno stato di allerta costante che è, a tutti gli effetti, ansia.
Un gatto che vive con dolore persistente — da artrosi, da malattia dentale, da un’infezione non diagnosticata, da una lesione interna — si trova in uno stato di attivazione continua del sistema nervoso autonomo. Il corpo è in modalità difensiva: i livelli di cortisolo si alzano, la soglia di tolleranza agli stimoli si abbassa, la capacità di rispondere in modo equilibrato alle situazioni quotidiane diminuisce.
Il risultato è un animale che appare ansioso, ipersensibile, imprevedibile — ma che in realtà sta semplicemente cercando di proteggersi da qualcosa che fa male.
Perché il dolore nei gatti è così difficile da riconoscere
Per lungo tempo si è pensato che il gatto fosse, per natura, un animale stoico — capace di sopportare il dolore in silenzio come meccanismo di sopravvivenza evolutiva. Questa visione, ancora diffusa, ha contribuito a giustificare decenni di sottovalutazione del dolore felino, sia da parte dei tutori che in ambito clinico. La realtà, però, è diversa: il gatto è perfettamente in grado di esprimere il dolore — lo fa, e lo fa in modo costante — ma attraverso segnali sottili, distribuiti nel corpo e nel comportamento, che richiedono occhio allenato e consapevolezza per essere riconosciuti.
A differenza del cane, che spesso vocalizza, zoppica in modo evidente o cerca attivamente conforto, il gatto tende a:
- Ridurre l’attività senza segnali eclatanti
- Ritirarsi e isolarsi, interpretato frequentemente come “vuole stare per conto suo”
- Smettere di fare cose che faceva prima — saltare, giocare, salire sui posti preferiti — senza che il cambiamento venga immediatamente collegato al dolore
- Modificare le interazioni sociali, diventando meno affettuoso o al contrario più dipendente
- Alterare le abitudini alimentari e di cura del pelo
Questi segnali sono subdoli, graduali, facilmente normalizzati. Il tutore li vive come una trasformazione del carattere del gatto — “è diventato più pigro”, “è sempre stato così”, “è l’età” — senza riconoscerli per quello che sono: spie di un disagio fisico.
Ed è proprio questa normalizzazione il primo ostacolo da abbattere. Il dolore nel gatto non va mai sottovalutato: anche quando i segnali sembrano lievi o ambigui, la loro persistenza nel tempo è già di per sé un dato clinico rilevante che merita attenzione. Aspettare che il disagio diventi evidente significa, nella maggior parte dei casi, aspettare troppo.
La Feline Grimace Scale: finalmente uno strumento per ascoltare il gatto
Negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi importanti verso una valutazione più oggettiva del dolore acuto nel gatto. Uno degli strumenti più significativi sviluppati in questo senso è la Feline Grimace Scale (FGS), messa a punto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Montréal e validata scientificamente nel 2019.
La FGS si basa sull’osservazione di cinque unità d’azione facciali — modificazioni espressive del volto che il gatto produce in risposta al dolore e che, una volta che si impara a riconoscerle, diventano leggibili in modo affidabile:
- La posizione delle orecchie: ruotate verso l’esterno e appiattite in presenza di dolore
- L’orbita oculare: occhi socchiusi, sguardo teso, contrazione del muscolo orbitale
- La tensione del muso: narici tese, guance e baffi retratti, profilo del muso che si appiattisce
- La posizione dei baffi: portati in avanti e verso il basso, a differenza del portamento rilassato
- La posizione della testa: abbassata rispetto alle spalle, segno di tensione e affaticamento
Ogni unità viene valutata su una scala da 0 a 2 (assente, moderata, evidente), per un punteggio totale che orienta verso l’assenza di dolore, la presenza di dolore moderato o la presenza di dolore grave.
La FGS è stata progettata principalmente per il contesto clinico — valutare il dolore acuto in un animale in osservazione — ma la sua diffusione ha avuto un effetto culturale importante: ha reso visibile qualcosa che sembrava invisibile. Ha dimostrato che il gatto comunica il dolore, e che possiamo imparare a leggerlo.

La sovrapposizione tra dolore e ansia negli animali domestici
Uno degli aspetti più importanti — e spesso trascurati — della comprensione del comportamento del vostro animale è riconoscere che il dolore e lo stress possono sembrare straordinariamente simili. In effetti, i due sono spesso strettamente collegati, e in alcuni casi si alimentano a vicenda, rendendo difficile capire dove finisce l’uno e comincia l’altro.
Sintomi condivisi di dolore e ansia
Sia il dolore che l’ansia possono causare:
- Ansimare o respirazione rapida
- Aumento della frequenza cardiaca
- Irrequietezza o camminare avanti e indietro
- Irritabilità o aggressività
- Cambiamenti nella postura o riluttanza a muoversi
- Comportamenti di evitamento o nascondersi
Poiché questi sintomi sono così simili, non è raro che un animale che soffre di dolore venga erroneamente identificato come semplicemente ansioso — o viceversa.
Il dolore come fattore scatenante dello stress
Il dolore non si limita a imitare l’ansia — può anche causarla. Il disagio cronico, come quello dovuto all’artrite, alle malattie dentali o a una lesione non diagnosticata, crea uno stato costante di malessere. Gli animali possono cominciare ad anticipare il dolore durante le attività di routine come mangiare, saltare o essere toccati, il che contribuisce a un aumento della tensione, della paura e dei cambiamenti comportamentali.
Per esempio, un gatto con dolore articolare potrebbe diventare reattivo quando si avvicinano umani o altri animali — non a causa di un problema comportamentale, ma perché si sta proteggendo da ulteriore disagio.
Perché questo è importante
Interpretare il dolore come puramente comportamentale può ritardare un trattamento medico importante. Allo stesso modo, trattare l’ansia senza riconoscere il dolore sottostante può lasciare gli animali in difficoltà. Ecco perché una valutazione veterinaria approfondita è essenziale ogni volta che il vostro animale mostra segni di disagio, stress o cambiamenti comportamentali.
Cosa possiamo fare
Come tutori, il primo contributo che possiamo dare è osservare senza normalizzare. Un gatto che cambia abitudini, che riduce la sua attività, che evita il contatto o che reagisce in modo insolito a situazioni familiari sta comunicando qualcosa — e merita che quella comunicazione venga presa sul serio.
Come professionisti, il compito è costruire una cultura della valutazione del dolore che includa strumenti validati, tempo dedicato all’osservazione comportamentale e la disponibilità a trattare anche ciò che non si vede chiaramente, ma che l’anamnesi e la clinica suggeriscono. Il dolore non trattato nel gatto non è una questione minore. È una delle principali fonti di sofferenza emotiva nei nostri felini domestici — e una delle più silenziose.
– In conclusione –
Dolore e ansia nei gatti non sono due problemi separati: sono due facce della stessa esperienza, spesso intrecciate in modo così profondo da rendere impossibile affrontarne uno senza considerare l’altro. La sfida — per i tutori e per i professionisti — è imparare a guardare oltre il comportamento visibile, a non accontentarsi delle spiegazioni più comode e a non sottovalutare mai ciò che il gatto non riesce a dirci a parole. Riconoscere il dolore felino è un atto di cura. Trattarlo è un atto dovuto. E farlo precocemente — prima che diventi cronico, prima che alimenti uno stato ansioso radicato, prima che comprometta in modo irreversibile la qualità della vita — è la differenza tra un gatto che sopravvive e un gatto che vive davvero bene.
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