Quando il sintomo diventa più importante del paziente
Nella pratica della medicina comportamentale veterinaria assistiamo sempre più frequentemente a un fenomeno preoccupante: la tendenza a medicalizzare il disagio comportamentale attraverso l’impiego routinario di farmaci ansiolitici, gabapentinoidi, feromoni o integratori nutraceutici, spesso prescritti in assenza di una valutazione etologica approfondita e di un piano terapeutico integrato.
Questa modalità di approccio, pur partendo da intenzioni cliniche legittime, rischia di trasformare la medicina comportamentale in una disciplina meramente sintomatica, dimenticando che il comportamento non è un “problema da eliminare”, ma un linguaggio da decifrare.
Il comportamento come sistema di comunicazione
Il comportamento del gatto domestico rappresenta l’interfaccia attraverso cui l’animale comunica il proprio stato emotivo, i propri bisogni e la qualità della relazione con l’ambiente fisico e sociale in cui vive.
Quando osserviamo manifestazioni comportamentali problematiche — eliminazione inappropriata, aggressività, comportamenti compulsivi, vocalizzazioni eccessive — non stiamo assistendo a “disfunzioni da correggere”, ma a segnali di un disagio sistemico che coinvolge:
-
- L’adeguatezza dell’ambiente domestico rispetto alle esigenze etologiche della specie;
-
- La presenza di stressori ambientali o sociali;
-
- La storia individuale e le esperienze pregresse dell’animale;
-
- La soddisfazione dei bisogni primari (sicurezza, controllo territoriale, routine prevedibile).
Prescrivere un farmaco senza questa comprensione significa silenziare un messaggio senza averne compreso il contenuto.
Il rischio della farmacologizzazione acritica
L’utilizzo inappropriato di farmaci comportamentali presenta diverse criticità cliniche ed etiche:
1. Mascheramento del sintomo senza risoluzione della causa – il farmaco può ridurre temporaneamente l’intensità della manifestazione comportamentale, creando l’illusione di un miglioramento, mentre la causa sottostante rimane intatta e può evolvere in forme più gravi o croniche;
2. Mancata educazione del custode – la prescrizione farmacologica come unico intervento priva il custode della comprensione necessaria per modificare gli aspetti relazionali e ambientali che hanno generato il problema, perpetuando una dipendenza dal farmaco invece di costruire competenze gestionali;
3. Rischio di effetti avversi senza beneficio terapeutico reale – qualsiasi farmaco presenta un profilo di rischio. Esporre un paziente a potenziali effetti collaterali senza un reale progetto terapeutico integrato costituisce una pratica clinicamente discutibile;
4. Banalizzazione della complessità comportamentale – la medicina comportamentale richiede competenze specialistiche approfondite. Ridurla a un protocollo farmacologico standardizzato ne snatura la natura e ne compromette l’efficacia.
Il ruolo appropriato della farmacoterapia
Chiarito questo, è fondamentale ribadire che la farmacoterapia comportamentale ha un ruolo clinico legittimo e, in determinati contesti, indispensabile.
I farmaci psicotropi possono rappresentare un supporto prezioso quando:
-
- Il livello di arousal emotivo è talmente elevato da impedire qualsiasi processo di apprendimento;
-
- La componente ansiosa o fobica è così marcata da compromettere il benessere quotidiano del gatto;
-
- Si rende necessario creare una “finestra terapeutica” che permetta di implementare modificazioni ambientali e comportamentali;
-
- Esistono evidenze di componenti neurobiologiche che richiedono un supporto farmacologico specifico.
In questi casi, il farmaco non è una scorciatoia, ma uno strumento che facilita il percorso terapeutico integrato.

L’approccio integrato: la vera medicina comportamentale
La medicina comportamentale efficace si fonda su un approccio multimodale che integra:
Valutazione clinica completa
-
- Esclusione di cause organiche attraverso esame fisico e diagnostica appropriata
-
- Anamnesi dettagliata del problema comportamentale
-
- Valutazione dell’ambiente domestico e delle dinamiche familiari
Analisi etologica approfondita
-
- Identificazione dei bisogni specifici non soddisfatti
-
- Comprensione del contesto relazionale e ambientale
-
- Valutazione delle risorse territoriali e sociali
Piano terapeutico strutturato
-
- Modificazione ambientale (arricchimento, gestione delle risorse, riduzione degli stressori)
-
- Modificazione comportamentale (protocolli di desensibilizzazione, controcondizionamento, training)
-
- Educazione e supporto al custode
-
- Farmacoterapia, quando appropriata, come componente di un protocollo più ampio
Follow-up e monitoraggio
-
- Valutazione dell’efficacia degli interventi
-
- Aggiustamenti del piano terapeutico
-
- Graduale riduzione della componente farmacologica quando possibile
- Graduale riduzione della componente farmacologica quando possibile
– In conclusione –
Ascoltare prima di prescrivere
La medicina comportamentale ci chiede di essere clinici capaci di ascolto prima ancora che prescrittori.
Ogni comportamento indesiderato è una narrazione che attende di essere compresa, una richiesta di aiuto che merita rispetto e attenzione.
Il farmaco può aprire una porta, ma è la relazione — tra noi e il paziente, tra il gatto e la sua famiglia, tra l’animale e il suo ambiente — che crea il percorso di guarigione.
Ridurre la complessità del disagio comportamentale a una questione neurochimica significa tradire la natura profondamente relazionale della nostra professione e la fiducia che i nostri pazienti, nelle loro molteplici forme di linguaggio, ci affidano ogni giorno.












