Sacchetti, confezioni, fili, elastici, tessuti e cartone possono attirare alcuni gatti. Una leccata occasionale o l’esplorazione con la bocca non indicano necessariamente un problema; quando però il gatto mastica e soprattutto ingerisce ripetutamente materiali non commestibili, potremmo trovarci davanti a un comportamento chiamato pica.
La pica non è un vizio, un dispetto o semplicemente una “strana abitudine”. È un comportamento che deve essere preso sul serio, perché può mettere a rischio la salute del gatto e può rappresentare il segnale di un problema sottostante.
Gli studi mostrano che la plastica è uno dei materiali più frequentemente masticati o ingeriti dai gatti, insieme a fili, lacci, tessuti, gomma, carta e cartone. È importante distinguere la semplice masticazione dall’effettiva ingestione, anche se non è sempre facile accorgersi che il gatto abbia realmente deglutito alcuni frammenti.
Perché mangiare plastica non è un comportamento normale?
Anche un piccolo pezzo può provocare:
- soffocamento;
- irritazioni o lesioni gastrointestinali;
- vomito e dolore addominale;
- blocchi intestinali;
- necessità di un intervento chirurgico d’urgenza.
Fili, nastri e cordini sono particolarmente pericolosi perché possono comportarsi come corpi estranei lineari, causando gravi danni all’intestino. Se un filo sporge dalla bocca o dall’ano del gatto, non bisogna mai tirarlo: è necessario rivolgersi immediatamente al veterinario.
Perché un gatto sviluppa la pica?
Non esiste una sola causa. La pica è un problema multifattoriale e ogni gatto deve essere valutato individualmente.
Tra le possibili condizioni da approfondire troviamo:
- disturbi gastrointestinali, nausea o alterazioni della digestione;
- dolore orale o dentale;
- patologie sistemiche o neurologiche;
- alimentazione o modalità di somministrazione del cibo non adeguate al singolo soggetto;
- stress, ansia o frustrazione;
- difficoltà di adattamento a cambiamenti ambientali o sociali;
- comportamento ripetitivo o compulsivo.
Un recente studio condotto su cani e gatti arrivati in ospedale per la rimozione di corpi estranei ha rilevato una frequente presenza di segni gastrointestinali cronici e alterazioni infiammatorie dell’apparato digerente. Questo rafforza l’importanza di considerare la pica anche come possibile manifestazione di un’enteropatia cronica.
Cosa bisogna fare?
Il primo passo è una visita veterinaria completa. In base alla storia clinica e ai sintomi, il medico veterinario potrà valutare la necessità di esami del sangue, controllo della bocca e dei denti, esami delle feci, diagnostica per immagini o approfondimenti gastroenterologici.
Parallelamente, è importante raccogliere informazioni precise:
- quali materiali cerca il gatto;
- se li lecca, li mastica o li ingerisce;
- quando e con quale frequenza avviene;
- se il comportamento è comparso improvvisamente;
- se sono presenti vomito, diarrea, stitichezza, perdita di peso o cambiamenti dell’appetito;
- se si sono verificati cambiamenti in casa, nella routine o nelle relazioni con persone e animali.
Parallelamente agli accertamenti e al trattamento delle eventuali cause mediche, una valutazione con il medico veterinario esperto in comportamento può aiutare a comprendere i fattori emotivi, ambientali e relazionali coinvolti e a costruire un intervento personalizzato.
Qual è il ruolo del medico veterinario comportamentalista?
La pica richiede spesso un approccio integrato, perché cause mediche, stato emotivo e ambiente possono influenzarsi reciprocamente.
Il medico veterinario esperto in comportamento valuta il gatto nella sua globalità: non osserva soltanto ciò che ingerisce, ma cerca di comprendere quando compare il comportamento, quali situazioni lo favoriscono e quale funzione può avere per quel soggetto.
In collaborazione con il veterinario curante ed eventualmente con altri specialisti, il veterinario comportamentalista può elaborare un percorso personalizzato che comprenda la messa in sicurezza dell’ambiente, la modifica della routine, l’arricchimento ambientale, attività alternative sicure e strategie per ridurre stress e frustrazione.
Nei casi in cui il comportamento sia particolarmente intenso, persistente o associato a un disturbo ansioso o compulsivo, il medico veterinario comportamentalista può anche valutare la necessità di un supporto farmacologico, sempre inserito all’interno di un progetto terapeutico completo e accompagnato da un monitoraggio nel tempo.
Il suo ruolo, quindi, non è semplicemente quello di “far smettere il gatto”, ma di individuare e trattare le cause che mantengono il comportamento, migliorando il benessere generale dell’animale e riducendo il rischio di nuove ingestioni.
Bibliografia
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